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Rue du Mont-Cenis (Parigi, 18° arrond.). Autocromia di Stéphane Passet o Auguste Léon (indeterminato), 1918 circa.

 

 Tipologia/Typology [scadenza 18.4.2025]

Nessun esame critico di una nozione architettonica si sottrae facilmente alla definizione preliminare dei suoi principi generali. Così, nelle sue numerose varianti di senso, il tipo architettonico è oggi un concetto identificabile con una struttura formale, per il quale, anche nel perimetro della specializzazione disciplinare, appare ancora lecita l’ampia domanda che poneva Giulio Carlo Argan nel secolo scorso: come si forma?

L’ipotesi che oggi possiamo formulare è che sia il discorso intorno al tipo a segnare un prima e un dopo nel processo storico di definizione dell’architettura, ciò anche ammettendo che il tipo preesista alle forme nelle quali si manifesta o si è manifestato. Non è tanto il formarsi del tipo, quanto la sua lettura, non tanto l’aspetto sintattico del fenomeno, quanto quello pienamente retorico, ad attribuirgli un ruolo decisivo nella costruzione dell’architettura. Prima dell’introduzione dell’argomento tipologico, il discorso sull’architettura si è progressivamente precisato, nel suo sviluppo storico, accrescendo di complessità problemi basici che, tuttavia, potevano in ogni momento venire richiamati e ritrovati nella loro integrità ed essenzialità come prima della manipolazione. In altri termini, nella tradizione manualistica gli elementi costitutivi dell’architettura vengono proposti come incomprimibili e continuamente disponibili, e il discorso vi si può riferire in ogni momento senza rischio di apparire naïf. Il riconoscimento dell’esistenza del tipo oltre ogni costrutto logico o teorico ha prodotto un agire per blocchi, il suo essere sintesi a priori di un sistema culturale ha consentito l’identificazione del fatto architettonico un istante prima del suo esserci. In questa chiave, tipo può essere la concettualizzazione dell’oggetto realizzato, ma al tempo stesso quella del programma pianificato per realizzarlo.

Come altre forme dell’azione umana, l’architettura costituisce una testimonianza del passato, anche di quello più prossimo, e si dispiega secondo l’ipotesi di base che il discorso sull’architettura, saldato com’è alla continua disponibilità ed evidenza materiale delle fonti e dei fenomeni, possa vivere in condizione di deroga permanente, per effetto della quale non si esaurisca interamente nel campo retorico. Produce, il discorso, la sensazione di potersi generare dal principio in ogni momento, rimandando all’esistenza di fondamenti eternamente in corso di valutazione. Una forma di esegesi sociale, dunque, sembra porsi alla base del discorso sull’architettura e, dalla convinzione che le sue fonti siano un bene collettivo disponibile, emerge chiaramente il suo potenziale carattere persuasivo. Siamo portati a considerare le fonti come i presupposti profondi della nostra visione delle cose, ed è la ragione per la quale siamo altrettanto indotti a ricorrere a loro ogni volta che ci troviamo di fronte alla valutazione di un’esperienza complessa. L’ipotesi della deroga concessa alla materia architettonica per consentirle di scartare dalla retorica perde, però, consistenza se paragonata all’insistenza con la quale compariamo le architetture a quelli che sentiamo essere i loro modelli, giacché un postulato retorico è tale (e tanto più efficace e denso) quanto più si trasforma in un’opinione diffusa. Ogni argomentazione che si fondi sul valore di tipi, anche dormienti, largamente condivisi e disponibili, produce, nel momento in cui viene attivata, una forza che trae origine da «un materiale analogico, che viene facilmente ammesso perché non solo è conosciuto, ma anche integrato, mediante il linguaggio, nella tradizione culturale»[1].

È dunque legittimo, secondo quanto ci ricorda Argan[2], il problema delle tipologie della architettura, sia nel processo ideativo e operativo dei singoli architetti, sia nel processo storico (laddove ogni autore anche se si ribella alla tradizione del suo ambiente, per il suo stesso ribellarsi vi partecipa). In questa prospettiva, architetture e discorsi sull’architettura ci appaiono come prodotti di una dimensione storica sviluppati secondo procedimenti retorici, gli stessi all’origine del discorso tipologico, conducendoci al punto da intendere l’intero insieme dei discorsi sull’architettura retrospettivamente leggibili in termini di tipo. È il discorso sul tipo strumento di rivelazione di un modo in cui la società trasmette quelle affermazioni culturali che, attraverso i fenomeni architettonici, emergono alla coscienza e si solidificano nella storia.

Rileggiamo oggi quanto scriveva Marcello Rebecchini nel pieno del Novecento[3] («il rinnovato interesse che da qualche tempo a questa parte i problemi della tipologia vanno suscitando tra critici ed architetti, nasce dalla necessità di un recupero»), lo mettiamo in relazione con la letteratura critica che ha formato le generazioni di architetti in attività, con la pubblicistica scientifica, con la ricerca e con l’azione didattica nel presente panorama internazionale delle scuole, e ci accorgiamo quanto l’istanza alla quale egli si riferisce sia ancora sentita come necessaria da una consistente parte della cultura architettonica. In fondo, le domande che Vittorio Gregotti poneva nel 1985, in premessa a Casabella 509-510, sono ancora in piedi («Qual è oggi il ruolo che la riflessione sul tipo esercita sulla progettazione architettonica? Ha ancora senso oggi fondare una nuova certezza disciplinare sulla nozione di tipo? È possibile, attraverso la tipologia, fondare una base progettuale comune?»), così come lo sono, nella loro intatta capacità di produrre questioni, le risposte che forniva Giancarlo De Carlo qualche pagina più avanti: «Per i trattatisti rinascimentali il “tipo” è un “modello” e non una “prescrizione”. La differenza è fondamentale, perché il modello è una ipotesi e non un assioma, è un quadro di riferimento e non di identificazione, è una metafora e non un truismo; non è da riprodurre, ma da imitare; non genera ripetizioni, ma concatenazioni. Inoltre – ed è qui la questione più importante – il destino del modello è di essere deformato. La sua assenza teorica implica che assuma connotazioni diverse secondo le circostanze reali alle quali viene applicato»[4].


[1] Perelman, C., Olbrecht-Tyteca, L. (1966). Trattato dell’argomentazione: la nuova retorica. Torino: Einaudi, 427.

[2] Argan, G.C. (1965). Sul concetto di tipologia architettonica, in Progetto e destino, Milano: Il Saggiatore, 75-81.

[3] Rebecchini, M. (1966). «Attuali indirizzi nella ricerca tipologica», Rassegna di architettura e urbanistica, 6, 60-73.

[4] De Carlo, G. (1985). «Note sulla incontinente ascesa della tipologia», Casabella, 509-510, 46-51.


 Call for papers / TYPOLOGY

No critical examination of an architectural notion can easily avoid the
preliminary definition of its general principles. Thus, in its numerous variations
of meaning, the architectural type today is a concept identifiable with a formal
structure, for which—even within the confines of disciplinary specialization—
the broad question posed by Giulio Carlo Argan in the last century still seems
legitimate: how is it formed?
The hypothesis we can now put forward is that it is the discourse around the type
that marks a before and after in the historical process of defining architecture—
even while admitting that the type may pre-exist the forms through which it
manifests, or has manifested, itself. It is not so much the formation of the type,
but its interpretation—not so much the syntactic aspect of the phenomenon,
but the fully rhetorical one—that grants it a decisive role in the construction of
architecture. Before the introduction of the typological argument, architectural
discourse progressively took shape in its historical development by increasing
the complexity of basic problems which, however, could at any time be
recalled and rediscovered in their integrity and essentiality, as if untouched
by manipulation. In other words, in the tradition of architectural manuals, the
constitutive elements of architecture are presented as irreducible and constantly
available, and discourse can refer to them at any moment without the risk of
appearing naïve. The recognition of the type’s existence beyond any logical or
theoretical construct has led to action by blocks; its being an a priori synthesis of a
cultural system has allowed the identification of the architectural fact an instant
before its actual existence. In this light, “type” may be the conceptualization
of the built object, but at the same time also that of the program designed to
realize it. Like other forms of human action, architecture constitutes a testimony
of the past, even the most recent one, and unfolds based on the fundamental
hypothesis that architectural discourse—closely tied as it is to the continuous
availability and material evidence of sources and phenomena—can exist in
a state of permanent exception, whereby it does not exhaust itself entirely
within the rhetorical realm. This discourse creates the sensation of being able
to regenerate itself from the beginning at any moment, referring back to the
existence of foundations that are perpetually under evaluation.
A form of social exegesis, then, seems to underlie the discourse on architecture;
and from the conviction that its sources are a shared collective asset, its
persuasive potential clearly emerges. We are led to consider sources as the
deep premises of our worldview, and this is the reason we are equally inclined
to refer back to them whenever we are confronted with the evaluation of a
complex experience. However, the hypothesis of a rhetorical exception granted
to architectural material loses consistency when compared to the insistence
with which we compare architecture to what we feel are its models. Indeed, a
rhetorical postulate is such (and all the more effective and dense) the more it
becomes a widely shared opinion. Every argument based on the value of types
– even dormant ones, broadly shared and available – generates, when activated,
a force that originates from «un materiale analogico, che viene facilmente
ammesso perché non solo è conosciuto, ma anche integrato, mediante il
linguaggio, nella tradizione culturale»1.
It is therefore legitimate, as Argan 2 reminds us, to address the issue of typologies
in architecture – both in the design and operational process of individual
architects, and in the historical process (where each author, even when rebelling
against the tradition of their environment, by rebelling, still participates in it).
From this perspective, both architectures and discourses on architecture appear
as products of a historical dimension developed through rhetorical procedures
– the same ones at the origin of typological discourse – leading us to understand
the entire body of discourse on architecture as retrospectively readable in terms
of type. The discourse on type thus becomes a tool for revealing the way in
which society transmits those cultural statements that, through architectural
phenomena, emerge into consciousness and solidify into history.
We reread today what Marcello Rebecchini wrote in the mid-20th century3
(«il rinnovato interesse che da qualche tempo a questa parte i problemi della
tipologia vanno suscitando tra critici ed architetti, nasce dalla necessità di un
recupero»), and we relate it to the critical literature that shaped generations of
practicing architects, to scientific publications, to research, and to contemporary
educational practices in today’s international academic landscape. We then
realize how the demand he refers to is still felt as necessary by a significant part
of architectural culture.
Ultimately, the questions posed by Vittorio Gregotti in 1985, in the introduction
to Casabella 509–510, remain open ( «Qual è oggi il ruolo che la riflessione sul
tipo esercita sulla progettazione architettonica? Ha ancora senso oggi fondare
una nuova certezza disciplinare sulla nozione di tipo? È possibile, attraverso la
tipologia, fondare una base progettuale comune?» ), as do the responses offered
by Giancarlo De Carlo a few pages later, in their intact capacity to raise issues:
«Per i trattatisti rinascimentali il “tipo” è un “modello” e non una “prescrizione”.
La differenza è fondamentale, perché il modello è una ipotesi e non un assioma,
è un quadro di riferimento e non di identificazione, è una metafora e non un truismo;
non è da riprodurre, ma da imitare; non genera ripetizioni, ma
concatenazioni. Inoltre – ed è qui la questione più importante – il destino
del modello è di essere deformato. La sua assenza teorica implica che assuma
connotazioni diverse secondo le circostanze reali alle quali viene applicato» 4.

Valter Scelsi


Notes

  1. De Carlo, G. (1985). «Note sulla incontinente ascesa della tipologia». Casabella, 509-510, 46-51

2. Perelman, C., Olbrecht-Tyteca, L. (1966). Trattato dell’argomentazione: la nuova retorica. Torino:
Einaudi, 427.

3. Argan, G.C. (1965). Sul concetto di tipologia architettonica, in Progetto e destino. Milano: Il
Saggiatore, 75-81.

4. Rebecchini, M. (1966). «Attuali indirizzi nella ricerca tipologica». Rassegna di architettura e
urbanistica, 6, 60-73.